Grazie Lapo, questa canzone del Faber è bellissima!!!
LA GUERRA DI PIERO
Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa, non è il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.
“ Lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati. Non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente ”.
Così dicevi, ed era d’inverno, e come gli altri verso l’inferno te ne vai, triste come chi deve; il vento ti sputa in faccia la neve.
Fermati, Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso. Dei morti in battaglia ti porti la voce:
Chi diede la s’ira ebbe in cambio una Croce
Ma tu non lo udisti, e il tempo passava con le stagioni a passo di giava, ed arrivasti a passar la frontiera in un bel giorno di primavera.
E mentre marciavi con l’anima in spalle vedesti un uomo, in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.
Sparagli, Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue cadere a terra, coprire il suo sangue.
“ E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire, ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi di un uomo che muore ”.
E mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede, ha paura ed imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato;
cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno.
“ Ninetta mia, crepare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, Ninetta bella, dritto all’inferno avrei preferito andarci d’inverno ”.
E mentre il grano ti stava a sentire dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole.
Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa, non è il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.
Kabul, caotica e per me sconosciuta. però mi sembra che ognuno sia al posto giusto.
L'idea m'assilla da ieri sera. Pino c'aveva promesso che sarebbe andato a scovare le lettere scrittegli da Iraqi, e così ha fatto. Grazie.
Iraqi mi conquisto’ con una semplice, fortissima email scritta il 13 novembre del 2003, subito dopo la strage di Nassiriya. Una testimonianza importante perche' scritta dal di dentro.
Le parole di Iraqi mi hanno colpito molto. Pare di leggere un poeta: "...in questa immensa perfezione serale". Da poche ore si è conclusa la strage a Nassirija.
“La notte è trascorsa nell'oscurità. Il nostro campo era intenzionalmente lasciato al buio. Ogni luce era spenta. Il cielo che si vedeva era diverso, pieno di stelle. Alzando lo sguardo in alto sono rimasto per un pò a pensare. Ragazzi come me, che hanno trascorso gli ultimi mesi in questo posto, vivendo questa parte della loro vita tra sforzi e disagi, per poi lasciarla andare via..."... e capire di essere noi le sole stelle sbagliate in questa immensa perfezione serale." “Ci sono momenti in cui il bene ed il male si confondono, ci sono momenti in cui la rabbia prevarica l'idea originaria, ci sono momenti in cui è naturale chiedersi perché... Essere in un paese ostile per il bene dello stesso.. è un paradosso... Ma bisogna tenere in mente che non è il paese ostile, ma una minoranza di chi lo popola... Essere militari significa credere fortemente nella pace, al contrario di quello che alcuni pensano”. Iraqi
Le parole di Iraqi mi hanno colpito molto. Pare di leggere un poeta: "...in questa immensa perfezione serale". Da poche ore si è conclusa la strage a Nassirija.
Così, m'è venuto in mente Gino, il milite-poeta d'Insciallah, d'Oriana Fallaci. Gino e le sue poesie, i versi che Beirut, e non solo Beirut, gli inspirava in questo toccante romanzo. Anche Oriana lo scrive nella dedica iniziale:
L'autore dedica questa sua fatica...alle donne, ai vecchi, ai bambini trucidati negli altri massacri di quella città e in tutti i massacri dell'eterno massacro che ha nome guerra.
Questo romanzo vuol essere un atto d'amore per loro e per la Vita.
Mi sono andata a riprendere tutto che ciò che ha un punto a capo. Voglio ricordarlo.
"Il mio hashish non fa male.
E' roba buona, viene dalla Bekaa, dalle verdi vallate di Baalbek.
E costa poco.
Comprane un chilo, soldato, e fumalo.
Fumalo, fumalo!
Non hai altro per dimenticare
questa triste storia
e questa triste città."
C'era il sole quella domenica.
Un bel sole d'ottobre,
e io lo assaporavo con la memoria.
Sorsate di dolcezza i ricordi
di un'infanzia remota eppure presente
quando il sole d'ottobre sorgeva
per suonar le campane della prima Messa,
e portarmi i profumi del bosco
dove correvo scalzo e inseguito
dalla voce accorata del babbo.
"Gino, vieni a mettere le scarpe ché si va in chiesa!"
C'era il sole e d'un tratto
due ali nere lo spensero.
Le ali della Morte che a becco aperto piombava
sui miei fratelli sconosciuti,
i miei compagni mai incontrati.
Piombò, li ghernì, li portò su nel buio
poi li lasciò cadere come foglie secche
e volò via senza voltarsi
ma con la promessa di ritornare.
E così vivo in me, per me, giorno per giorno
ogni giorno aspettando un altro giorno:
scontento disperato sempre solo
ritto sul baratro aperto da un giardino
che amavo e nel quale camminavo
per bere a una fontana sigillata.
Vorrei cascarci dentro con la sete.
Ma quando penso a quello che non ho,
che potrei avere, che mi manca tanto,
sfido quel baratro e torno a camminare
per scrivere lo stesso la mia fiaba
senza futuro, forse: e tuttavia
colma di sogni e di fontane come
se avessi un bellissimo domani.
La felicità a due non esiste.
La felicità è solitaria.
E' un sogno che va
pei sentieri d'un mondo
sconosciuto e lontano:
laggiù dove s'alzano le vette dell'Himalaya.
E' un monaco che va solo
beandosi del suo silenzio
e del silenzio che lo circonda.
E' il bastone sul quale si appoggia
un bastone innocuo non un bastone che uccide.
E' il campanellino legato al suo piede
per dire alle formiche
spostatevi, non voglio schiacciarvi.
Alberi gialli di mango
fiammeggianti cespugli di hibiscus
orlano la tacita strada:
quando ha fame di cibo egli mangia
un mango maturo,
quando ha fame di bellezza egli tocca
un hibiscus sbocciato,
poi riprende il cammino ed arriva
al monastero che sta sulle vette dell'Himalaya.
La felicità è un monastero
che sta sulle vette dell'Himalaya.
Bianchi ghiacciai e monaci muti
lunghissime trombe che al sorger del sole
esalano un suono purissimo
sempre ripetuto ed uguale a sé stesso.
E lui
senza rimpiangere le melodie
d'un tempo sepolto coi desideri e i ricordi
ascolta e sorride felice perché
sa d'essere in pace, d'aver finalmente trovato la pace.
Parlami e lascia che parli, amica mia,
spiegami e lascia che spieghi
perché
dissanguato da mille rasoi
impiccato da mille capestri
sospeso sul baratro
d'un buio che acceca
d'un silenzio che assorda
posso ancora sognar la mia fiaba
senza futuro eppure
piena di speranza come
se avessi un domani.
Perché un giorno mi desti un quaderno.
E col quaderno la tua amicizia, il tuo amore.
Amore e amicizia sono la stessa cosa, amica mia,
i due volti dello stesso bisogno
della stessa insaziabile fame
della stessa inestinguibile sete.
E se mi dici che sono due cose diverse
io ti rispondo che nell'amicizia
c'è più amore che nell'amore.
"Il mio hashish non fa male.
E' roba buona, viene dalla Bekaa,
dalle verdi vallate di Baalbek.
E costa poco.
Comprane un chilo, soldato, e fumalo.
Fumalo, fumalo!
Non hai altro per dimenticare
questa triste storia
e questa triste città."
Riprendo in mano Christa Wolf, Il cielo diviso. E' da parecchio che lo lasciavo ad invecchiare nello scaffale.
Il mio blog raccoglierà pensieri, citazioni, articoli, foto, quello che mi piace, che mi interessa, che mi rappresenta o mi schiera come antagonista.
Sapeva che era capace di non dire nulla, di non fare nulla, che era fatto così. Il cuore le si strinse di rabbia e di angoscia. - E' difficile diventare come lei?
Quand'è che è cominciata questa indifferenza per ogni cosa? Perchè nessuno me lo ha detto?
Manfred la guardò di sottecchi per vedere se si rendesse conto cos'era per lui quella cameretta disordinata.
Centomila facce, se volevo. Fra le cento del mio paese non sono mai stata così sola. Egli rise e si accompagnò a lei. Aveva la chiave di tutte quelle vie e piazze sconosciute, noiose, refrattarie, e si chiamava ricordo. Le aprì la città.
Pensa: sono stata sufficientemente all'altezza, io, della sua verità?
Dunque, in quegli anni era accaduto qualcosa di molto serio, là fuori. Dunque, quei fanatici erano riusciti a contagiare altri con la loro follia. Bisognava dunque da quel fatto trarne conclusioni.
Rita intuiva di varcare solo adesso la soglia della vera età adulta, di metter piede in un territorio in cui soltanto il risultato decideva dell'uomo, non la sua buona volontà, e nemmeno i suoi sforzi, se restavano inadeguati. Contro il rigore di una vita simile, lei si ribellava.
Cos'era accaduto? Nulla, meno che nulla. Una cosa talmente insignificante, che non era possibile parlarne, nè adesso, nè in seguito, perchè ogni accenno sarebbe già apparso indelicato e meschino. Vollero dimenticarlo, e infatti lo dimenticarono -se si è dimenticato ciò a cui non si pensa più.
-Dunque,-disse,-lasciate ogni speranza, voi che entrate? - Forse non la speranza,- disse Manfred. - Ma l'illusione.
Tu non resisterai, diceva lui sempre. Non conosci la vita. Ma lui, credeva di conoscerla, lui. Sapeva che era necessario assumere una vernice protettiva per non essere riconosciuti e annientati. Lui lo sapeva, e questo lo rendeva solitario, anche altero. Talvolta amaro. Tu invece non hai mai avuto paura di perdere me stessa. (io ce l'ho avuta talvolta)
Fin qui. C'è materiale a sufficienza per compilare tomi di riflessioni. Alla prossima.